Songs from the Labyrinth (John Dowland), di Sting ed Edin Karamazov

Anakin
5 febbraio 2008

Sting Songs from the labyrinth

Anche se il CD risale al 2006 (e comprende anche un’edizione speciale in DVD), riteniamo che la particolarità del progetto meriti comunque qualche parola anche oggi, ad un paio d’anni circa di distanza: ci riferiamo a Songs from the Labyrinth, realizzato da Sting e dal famoso liutista Edin Karamazov su musiche di John Dowland (1562-1626).

Così come non è infrequente l’avvicinarsi alla musica «popolare» da parte di esecutori classici – basti pensare soprattutto ai cantanti lirici, ma anche a numerosi strumentisti – allo stesso modo capita anche l’inverso: pensiamo, citando senz’ordine, alle esibizioni virtuosistiche degli Emerson Lake and Palmer, ma anche ai lieder «intonati» da Franco Battiato, Alice, Giuni Russo, Antonella Ruggiero…

Con Songs from the Labyrinth siamo di fronte ad un progetto unitario e coerente, che non si limita ad un adattamento timbrico e un arrangiamento di brani di diverso genere, ma si concentra su un preciso autore, con un’attenta ricerca testuale e formale. L’idea di massima viene addirittura dagli anni ’80, in piena «era» Police, ed è legata sia alla curiosità per la voce accompagnata dagli antenati dei moderni strumenti a corda, sia a motivi di carattere testuale: non dimentichiamo che, pur nell’attualità e nell’originalità di temi e vocaboli, i testi di Sting si ispirano spesso a metri e forme antiche, anche nei brani più marcatamente ritmici e tutt’altro che accademici.

John Dowland, compositore anglosassone al servizio in numerose corti europee per riapprodare alla corte di Londra dal 1612, fu noto soprattutto come autore di songs, dal testo raffinato e dalle melodie influenzate dai grandi madrigalisti europei (come ad esempio Luca Marenzio), oppure ispirate da motivi popolari noti all’epoca. Il titolo del CD prende il nome dal «rosone» dell’arciliuto di Sting, a forma labirintica, ma c’è anche un legame con i testi: le songs sono eseguite in una sequenza precisa, ed alternate con brani di lettere e pensieri dello stesso Dowland, recitati da Sting, che costituiscono nel complesso una sorta di «biografia» in musica del compositore inglese. Uno solo dei brani musicali non è di John Dowland: si tratta di «Have you seen the bright lily grow», scritto dal contemporaneo Robert Johnson (1583-1633).

Veniamo al risultato finale. Dal punto di vista strumentale, ottima l’interpretazione di Edin Karamazov, che realizza le parti principali del continuo, supportando Sting in alcuni contrappunti vocali, e producendosi in brani a solo, virtuosistici e melodici, di alta qualità. Contrastante, invece, il parere su Sting, proprio dal punto di vista vocale. Chi si aspetta un’esecuzione filologica, attenta ai dettami della prassi esecutiva dell’epoca – magari ingannato dall’etichetta produttrice, Deutsche Grammophon, specializzata in esecuzioni di musica «accademica» – non può che rimanere deluso: la voce di Sting giudicata secondo questa ottica risulta povera di armonici e «afona», le messe in voce sono forzate, e il suono stesso è un poco innaturale, con un eccesso di riverbero… Questa assenza di versatilità vocale, confrontata con i professionisti del canto rinascimentale, è soprattutto evidente nei brani più lenti, rendendo l’architettura generale del disco piuttosto «statica».

Però, secondo noi, non è questa la chiave di lettura giusta. Sting, che ha in questa voce unica la sua caratteristica principale, ci fornisce un’interpretazione del tutto personale dell’opera di Dowland, concentrando il lavoro di ricerca storica nei testi e nell’accompagnamento vocale e strumentale: come un moderno «minstrel», ricrea e rielabora i brani secondo il suo stile, riuscendo ad infondere loro una forte carica emotiva: atmosfere malinconiche, estranianti, tipicamente anglosassoni, con la voce usata come uno strumento a fiato nei brani più lenti, o scandendo e cadenzando il testo poetico in quelli più ritmici. In più, Sting è in grado di ricavare vere e proprie hits radiofoniche da brani del passato, mantenendo l’accompagnamento originario, con la sola «modernità» della sua voce: pensiamo, ad esempio, alla bellissima «Have you seen the bright lily grow», o alla famosa «Come again». Non sappiamo se l’intento fosse anche quello di avvicinare alle meraviglie della musica rinascimentale e proto-barocca un pubblico ad essa del tutto estraneo: se così è stato, ne siamo particolarmente felici…

Tags: , , , ,

Category: CD, Musica antica, Pop, Recensioni, Sound Review | RSS 2.0 | Give a Comment | trackback

One Comments

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.

  • Idranet

    Informazione e cultura
    design arte musica cinema letteratura

  • CERCA

  • Pubblicità

    Sergio Chierici Movie Passion

  • CATEGORIE

  • ARCHIVI

  • Social

  • PARTNERS