Ein Deutsches Requiem di Johannes Brahms, diretto da Simon Rattle

Idranet
26 febbraio 2008

Ein Deutsches Requiem

Nell’ultima edizione dei prestigiosi Grammy Awards, che si è svolta negli USA il 10 febbraio scorso, “Ein Deutsches Requiem” di Johannes Brahms diretto da Simon Rattle si è qualificato al primo posto nella sezione “Best choral performance”. La registrazione del celebre lavoro brahmsiano, uscita per l’etichetta EMI, risale ad ottobre 2006: si tratta di una ripresa dal vivo, effettuata nella sala berlinese della Philarmonie, e con protagonisti il soprano Dorothea Roschmann, il baritono Thomas Quasthoff, il Rundfunchor Berlin e, ovviamente, i Berliner Philarmoniker.

La lettura di Rattle è di quelle che sono destinate ad entrare nell’Olimpo dell’universo discografico, un Olimpo in cui già grandeggiano le edizioni di von Karajan, Celibidache, Abbado, Klemperer, Solti… solo per citare quelle più note ed apprezzate dal pubblico. Opera certamente di non facile approccio, il “Requiem tedesco” si discosta dal Requiem canonico della tradizione latina in primo luogo per il fatto di utilizzare passi delle Sacre Scritture nella versione in tedesco di Martin Lutero, in secondo luogo per il carattere filosofico, più che religioso, di cui è permeato; sospeso tra la meditazione sulla caducità e miseria della vita terrena e la speranza per la pace celeste, esso non conosce né la ribellione violenta del Requiem verdiano, né la tragica ineluttabilità di quello mozartiano. Ad emergere è, invece, una calma e rassegnata malinconia, una accettazione coraggiosa dei mali dell’esistenza e perfino della morte, vista quasi come dolce liberazione e viatico verso la vita eterna.

Rattle, supportato da un cast davvero eccellente, sa cogliere perfettamente il carattere intimista della partitura. L’orchestra, sotto la sua bacchetta, suona quasi come un ensemble da camera, facendo risaltare in questo modo le morbide sonorità dei legni e degli archi più che la greve energia degli ottoni; le voci sono trattate allo stesso modo, e, quando escono più decisamente allo scoperto, come nel sesto numero, mantengono sempre un equilibrio dignitoso, lasciando emergere una sentimento religioso a misura d’uomo.

Il direttore inglese, che con i Berliner sta percorrendo un interessante itinerario di rilettura dei grandi classici sinfonici, sembra voler quindi umanizzare il più possibile la straordinaria partitura brahmsiana, smorzando l’aura di sacralità che la circonda – e che circonda, a dire il vero, tutte le opere dei grandi compositori del passato – per renderne il messaggio alla portata di tutti, a prescindere dalla fede di appartenenza: in fin dei conti, una coraggiosa lezione di modernità.

– Jacopo Simoncini

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