Elio Vittorini: “Sardegna come un’infanzia” e “Piccola Borghesia”

Morna
20 marzo 2008

Ragazzina, avevo amato il Vittorini de “Il garofano rosso”, una storia di adolescenza, di formazione politica e sentimentale, ancora lontana dalla maturità letteraria di “Conversazione in Sicilia” e “Uomini e no”. Più di recente, del primo Vittorini ho riletto “Sardegna come un’infanzia” (1932) e la raccolta di racconti “Piccola borghesia” (1931), apprezzandone l’eccezionale modernità. Non parlo solo di uno stile narrativo allusivo e lirico di grande efficacia, ma anche di scelta di temi e di generi narrativi.

“Sardegna come un’infanzia”, edito con questo titolo solo nel 1952, è il breve diario del viaggio compiuto da Vittorini in Sardegna vent’anni prima. Una visita, organizzata da una rivista e abbinata ad un premio letterario, che si trasforma in una cronaca per immagini di una terra fuori dal tempo. La prosa è asciutta ed essenziale e Vittorini dipinge magistralmente – più che descrivere – luoghi e incontri: Terranova, la Gallura, Sassari e, ancora, Macomer, i nuraghi, le miniere di Iglesias, Carloforte, la Maddalena.
Arrivando a Cagliari via mare, così ne cattura l’immagine: “La città mi è apparsa sopra un monte metà roccia e metà case di roccia, Gerusalemme di Sardegna.” Una visione abbacinante “d’un giallore calcareo africano”.
Sono vere e proprie istantanee che Vittorini scatta ai luoghi del viaggio, cogliendone l’essenza e trasfigurandola in un linguaggio più simile alla poesia che alla prosa, come quando, nel vedere tre uomini al lavoro in un bosco di sugheri, si sofferma ad osservare questi strani alberi, simili ad ulivi “dal fogliame un po’ più canuto, un po’ più arruffato” e con “tronchi che sanguinano” per i quali “viene spontaneo pensare: povere bestie…”.
Spinta propulsiva che genera il diario – lo dichiara lo stesso Vittorini nelle prime righe – sono la gioia di vivere e il desiderio di aprirsi alla novità, alla conoscenza, un entusiasmo capace di trasformare lo sguardo dello scrittore in quello di un bambino.

Anche in “Piccola borghesia” l’osservazione del reale – la vita piccolo borghese dei protagonisti – diventa spunto per una prosa lirica e immaginifica. Sono episodi inconsistenti, nel senso che non c’è lo sviluppo di una vicenda, ai protagonisti non “accade” nulla di particolare, ma l’abilità di Vittorini sta proprio nell’indagine psicologica dei personaggi che conducono vite grigie ed insignificanti. Lo scrittore coglie, in ciascuno, il momento nel quale si lascia andare alla fantasia, alla ricerca di un momento di evasione, anche solo immaginario.
In questo senso, sono emblematici i racconti dedicati alle donne come “Sola in casa”, “La signora della stazione” e “Coniugi a letto”, veri e propri bozzetti di una femminilità istintiva e sensuosa.
Diversi forse quanto a spessore gli altri racconti, l’incantevole “La mia guerra” e quelli incentrati sul microcosmo prefettizio e sulla burocrazia – “Quindici minuti di ritardo”, “L’educazione di Adolfo” e “Raffiche in prefettura” – dai quali occhieggia con maggior efficacia l’insofferenza antiborghese che avvicina Vittorini, pur nella sua originalità, al grande romanzo europeo.

Titolo: “Sardegna come un’infanzia”
Autore: Elio Vittorini
Editore: Bompiani
Collana/serie/edizione: Bompiani Grandi Tascabili 2000
ISBN: 45245213

Titolo: “Piccola borghesia”
Autore: Elio Vittorini
Editore: Mondadori
Collana/serie/edizione: Scrittori moderni 1991
ISBN: 978880413189

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