Diario di un viaggio a Pechino (I), di Federico Marconi

Federica Ratti
4 aprile 2008

Beijing è pura geometria. È una città sorta per decreto imperiale che si può leggere come una serie di microcosmi chiusi ed indipendenti.
In tal senso Beijing è la città dell’ordine, voluta e costruita secondo uno schema che simboleggia l’aspirazione all’ordine, all’equilibrio, all’armonia.

Dice Le Corbusier che le strade curve sono tracciate dall’asino, quelle diritte dall’uomo. Ma l’uomo non si assume mai la responsabilità delle proprie opere, così la pianta geometrica di Beijing, secondo la leggenda, è traduzione terrena delle immagini suggerite in sogno ad un monaco buddista.
Lo stesso sviluppo urbano geometrico di Beijing, questo “quadrato su quadrati”, e le intersecazioni ad angolo retto delle strade si possono spiegare attraverso l’antica cosmologia cinese che concepiva il cielo rotondo e la terra quadrata.
La disposizione di molti edifici, ed in particolare della Città Proibita, fu concepita nel più assoluto rispetto della geomanzia. E tuttavia non c’è un punto di convergenza focale predisposto dalla volontà architettonica, se non la Porta della Pace Celeste a T’ien An Men.
Si ricercava l’incomunicabilità totale ed assoluta attraverso la delimitazione di quadrati isolati e di alti muri, nella convinzione, tuttavia, che all’interno di questi spazi si ricreasse la perfezione del cosmo.

Il concetto del muro, del limite è molto importante a Pechino e su questo mi sono soffermato, l‘ho percepito, osservato, studiato, fotografato per indagarne la qualità.
Muri e sempre muri, ecco lo scheletro dell’agglomerato cinese.
Muri che circondano, che dividono, che dominano sempre più dall’alto.
Si pensava, un tempo, che gli spiriti maligni avanzassero in linea retta e che questo schermo servisse ad arrestare il loro cammino.
Muri (e mura) che non hanno mai reso liberi.
Fino al medioevo la città era composta da quadrati circondati da mura che comunicavano tra loro tramite una sola porta, che collegava le strade principali. All’interno si sviluppavano i vicoli. A tutti, tranne ai funzionari di prima e seconda classe, era proibito avere una porta direttamente sulla strada principale.

Lo sviluppo della città ha cavalcato il suo stesso paradosso: ha tentato di ripetere questa concezione del quadrato nel quadrato e quindi, pur estendendosi, ha cercato di mantenere il concetto di purezza e perfezione.
Al tempo stesso il regime comunista ha abbattuto la maggior parte delle mura della città, interne ed esterne, prima in nome di un desiderio di dilatazione dello spazio, oggi forse più in nome di leggi di mercato immobiliare ed espansione economica.
Oggi assistiamo alla caduta dei muri, vai a spasso in ricerca delle glorie del passato e ti imbatti nel nuovo – un antico tempio confuciano trasformato in un negozio di pantofole – cerchi il nuovo e ti imbatti in antichi rituali.
Con il regime maoista si tentò di fare tabula rasa con il passato e religioni come il confucianesimo furono vilipese perché non si poteva lasciare spazio ad un’eredità del passato che aveva come ideale la sottomissione ad un’autorità morale diversa da quella del Partito.
Nell’era post maoista i cinesi hanno riportato in vita i luoghi della loro tradizione a cominciare dai templi e monumenti.
La città nel frattempo cambia pelle e ricostruisce imitazioni del vecchio – a volte con cattivo gusto – oppure cancella completamente tessuti esistenti per sostituirli con alti edifici multipiano.
Fino a pochi anni fa le mura erano il tratto caratteristico di Pechino. Quelle della città interna, o Città Tartara, erano alte più di 12 metri e sulla cima formavano un’ampia strada percorsa da guardie a cavallo.
Non solo i muri fisici oggi sono crollati, ma anche il muro che divideva l’uomo dalla donna, la famiglia dalla società, il tempo dedicato al lavoro da quello dedicato all’ozio.
Ma questo è oggi il modello di Beijing e della Cina, che manda all’aria ogni schema preconcetto per inseguire un miraggio di progresso, di spazio, di libertà, di ricchezza e di benessere, correndo a velocità folle e spesso cancellando con estrema facilità concetti profondi e radicati nella tradizione, luoghi, rituali, persone.
La nuova Beijing non ama quella vecchia, fa di tutto per ignorarla.
Nell’inseguire questo veloce progresso Beijing e la stessa società che la insedia appaiono ricche di contraddizioni.

www.flickr.com


Federico Marconi per Work of Art

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