Diario di un viaggio a Pechino (II), di Federico Marconi

Federica Ratti
5 aprile 2008

In precedenza ho parlato di muri come di limiti. Ma il concetto di muro implica anche il concetto di interno e “dentro” Pechino nasconde il caos ordinato, il verde, l’ordine, il quadrato.

Da un lato è evidente la volontà di delimitare il proprio ambito con ingegneristica precisione, come ha fatto la Cina costruendo la Grande Muraglia e gli alti muri della città imperiale, muri che separano la realtà degli hutong – schermati da grigie pareti senza aperture se non le soglie di entrata – dal resto. Barriere che, nella Beijing di oggi, delimitano flussi di auto e persone.
Da un altro punto di vista, invece, la società cinese sembra tenda a dilatare questo ambito in una dimensione non spaziale, ma civile e spirituale.
Da una parte spazi chiusi, ordine, distanze e muri come separazione, dall’altra spazi in comune, caotici accumuli, condivisione e soglie accessibili come condivisione.

Ordine e caos. Ovvero: Città Proibita e hutong.
Grande è il contrasto tra le due realtà, così vicine ma così differenti e quindi “distanti”. Anche in questo caso il concetto di separazione e di limite ne contraddistingue la qualità. Da un lato la netta separazione tramite un alto muro rosso intorno alla città proibita, voluta dal potere imperiale, i cui sudditi nemmeno potevano guardare verso di essa; dall’altro alcune direttrici principali da cui si aprono porte come soglie aperte, porte che introducono alla rete capillare di hutong, stretti vicoli costellati di costruzioni ad un piano, di qualità assai modesta, e ricolmi di ogni cosa: biciclette, moto, panni stesi… un fitta produzione di odori, colori… pali della luce piegati dalla quantità di fili attaccati…
Un apparente caotico accumulo d’ogni cosa, ma un caos che sembra vivere di un suo ordine. Ciò che colpisce degli hutong è proprio questo principio di caos ordinato che, se ricordo bene, già appartiene alla filosofia taoista.
Spazi, questi degli hutong, che quindi riescono a conservare ciò che in molti altri casi si cerca di cancellare: oggi lo sviluppo economico cinese sta annientando parte dei luoghi e della cultura che hanno sempre fatto parte della tradizione cinese, inclusi alcuni dei principi delle filosofie taoista, scintoista e buddista.
In tal senso si tendono a cancellare anche questi quartieri per sostituirli con anonimi edifici multipiano e servizi per il terziario.
Credo invece che gli hutong siano la parte più interessante e assolutamente da conservare della città, magari ripensandone le modalità per farlo in modo sostenibile: è un tessuto urbano questo che definisce un tipo di vita sociale e collettiva differente, una sorta di nucleo di vicinato con piccole case che condividono gli spazi esterni, in cui è evidente lo scambio, la condivisione.

Se da una parte, quindi, abita il principio della separazione – che può essere rappresentato dagli alti muri rossi della città proibita – dall’altro trovo condivisione e scambio, all’interno degli hutong.

Pechino e gli individui. Lo spazio di Beijing impone distanze fisiche dilatate rispetto al concetto europeo. E distanze interpersonali inversamente proporzionali.
Difficile pensare di spostarsi da un luogo all’altro con i mezzi pubblici.
Le distanze interpersonali hanno invece una qualità diametralmente opposta.
Succede di essere stupiti destinatari di una straordinaria gentilezza da parte dei cinesi che si adoperano spesso per aiutare.
Questo mi pare possa andare al di là del naturale atteggiamento cortese verso il turista. Credo di intravedere una sorta di voglia di riscatto. Il desiderio cioè, dopo anni di limitazioni e costrizioni, di aprirsi a chi non conosce ancora la propria cultura…

Ma questa apertura si rispecchia anche nella dimensione collettiva della vita sociale e delle relazioni interpersonali: le strade meno commerciali verso sera, ad esempio, si animano di cinesi che condividono la cena insieme presso i numerosi banchetti che propongono spiedini fritti e altri prodotti.
Anche in questo frangente l’impatto olfattivo è veramente decisivo.
La continua stimolazione di questi forti odori insieme alla sovrapposizione caotica di luoghi, oggetti, situazioni, regalano forse l’immagine più consueta della vita cinese.
L’olfatto poi diventa protagonista in luoghi come il mercato notturno dove puoi assaggiare spiedini fritti di scorpioni, cavallette, stelle marine, millepiedi e bachi da seta.
Passeggiando per le strade mi accompagnano le immagini dei panni stesi ovunque per strada, anche quelle più frequentate.
Ho la percezione che la città sia ovunque, che sia sempre viva, una città attiva di notte come di giorno.

www.flickr.com


Federico Marconi per Work of Art

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