Libri: “Il conto dell’ultima cena” di Moni Ovadia

Laura Bustaffa
9 aprile 2010

Una raccolta di ricette, meditazioni e witz della tradizione ebraica e mediterranea, una chiacchierata con Moni Ovadia sul tema più alla moda: il cibo.

Sebbene siano diversi mesi, ormai, che il mangiare e le sue implicazioni sono al centro dell’attenzione, i contributi non sembrano esaurirsi: anche quest’ultimo libro di Moni Ovadia, Il conto dell’ultima cena, ha come tema il cibo, filo rosso che riunisce nove brevi capitoli molto eterogenei.

Centro dell’attenzione è dunque ciò di cui ci nutriamo, il modo in cui ce lo procuriamo e lo consumiamo ma soprattutto la rete di relazioni culturali e di tradizioni che circondano il gesto del nutrirsi. È la cultura nel senso più ampio del termine, se è vero che si può spaziare da antichi riti che coinvolgono il papa e i rabbini a uno degli ultimi film greci arrivati in Italia, Politikì kuzina (Un tocco di zenzero, 2003) senza tralasciare, ovviamente, i witz, le storielle della tradizione ebraica immancabili nei libri di Ovadia.

D’altra parte è inutile andare a cercare in questo libro descrizioni di piatti elaborati o esotici, il percorso di Ovadia resta sempre nella semplicità del nutrirsi, atto quotidiano e necessario. Proprio all’interno di questa quotidianità, però, il percorso del cibo è lungo, coinvolge processi economici e industriali complessi e di grande impatto, implica perfino dei compromessi etici e una ben precisa concezione del mondo.

La tradizione ebraica, per esempio, non proibisce all’uomo di cibarsi degli animali, ma glielo rende difficile attraverso una complicata serie di norme affinché il mangiante si ricordi il rispetto che deve agli altri esseri viventi.

È importante ragionare su quello che scegliamo di introdurre nel nostro corpo, e in questo l’antichissima tradizione ebraica e le più recenti risposte all’industrializzazione trovano un insospettabile punto di contatto: il rispetto per il dolore animale e la necessità di preservare il mondo vegetale dall’impoverimento sono i temi portati avanti da Slow Food, per esempio, ma trovano le loro radici anche nelle prescrizioni del Santo Benedetto verso il suo popolo.

Accanto a queste riflessioni il nostro autore racconta come si è formata la tradizione culinaria della sua famiglia, gli elementi che la compongono, le influenze che ha subito. Il libro si chiude addirittura con una piccola raccolta di ricette, conservate e riprodotte dalla moglie di un anziano cugino, che mescola la sua personale tradizione a quella della famiglia Ovadia: non tutte vegetariane, ovviamente, ma rigorosamente kasher e familiari.

Un libro semplice e leggero, quindi, come i pasti vegetariani che lo accompagnano, ma come essi sostenuto dalla riflessione costante su tutte le ripercussioni che l’atto semplice e primitivo del mangiare porta con sé.

Moni Ovadia e Gianni di Santo

Il conto dell’ultima cena. Il cibo, lo spirito e l’umorismo ebraico

Einaudi, 2010

* * *

Un povero studente di Yeshivà viene invitato per lo shabbat da una famiglia benestante, com’è abitudine fra gli ebrei. L’ospite comincia a mangiare, ma il pesce è maleodorante e non riesce a mandarlo giù. Non sarebbe educato lasciarlo nel piatto, ma proprio non ce la fa. Tantomeno se la sente di dire al padrone di casa che il pesce puzza; ne prende così la testa e se la porta all’orecchio.

Il padrone di casa è sbigottito: – Cosa lo sta lei facendo con quel testa del pesce all’orecchio?

– Cosa io lo faccio, spiego a lei subito, – risponde il giovane – nel mio città, tre mesi fa, uno povero ibreo è anegato in il fiume e no si è più lui trovato. Ho chiesto a pesce se per caso sapeva lui qualcosa delo mio amico.

– E cosa ha risposto?

– Dice che no può lui me aiutare, perché manca lui dal fiume già da più di due anni.

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