Noi e l’altro. Problemi di integrazione in un film delle sorelle Samdereli

Elettra Antognetti
14 dicembre 2011

Tit. originale Almanya. Willkommen in Deutschland

Commedia

Durata: 101 min.

Germania, 2011

Teodora Film

Di Yasemin e Nesrin Samdereli

Con Vedat ErincinFahri Ogün YardimLilay HuserDemet GülDenis Moschitto

In sala da mercoledì 7 dicembre, Almanya (termine turco per Germania), primo lavoro delle sorelle tedesche di origine turca Yasemin e Nesrin Samdereli. Il film affronta tematiche interessanti e attuali, in un contesto sociale in cui ad andare per la maggiore sono parole quali “multiculturale”, “multiraziale” e tutti gli altri “multi-” di cui ormai media e società civile abusano abbondantemente, senza cognizione di causa.

In breve, la trama del film: Hüseyin Yilmaz, patriarca di una famiglia turca emigrato negli anni ’60 come milionesimo-e-uno Gastarbeiter della Germania dell’ovest, dopo più di quarant’anni di sacrifici e soddisfazioni sul suolo tedesco, realizza il “sogno” di comprare una casa in Turchia e costringe l’intera famiglia ad accompagnarlo fin lì per risistemarla.

Malgrado lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo inizia un viaggio -reale e simbolico ritorno alle origini-, in cui i ricordi del passato, edulcorati dalla memoria, si intrecciano alle situazioni di vita attuale. Durante il tragitto (la parentesi da road-movie è espediente ripreso da Im Juli del regista turco-tedesco per eccellenza, Fatih Akin, cui Almanya deve molto), i protagonisti si mettono alla ricerca di quella parte di loro stessi dispersa nell’atavica terra d’origine.

Emblematiche le sequenze finali, in cui si scopre che la famosa casa acquistata dal capofamiglia altro non è che una catasta di mattoncini accatastati dietro una facciata apparentemente normale, dignitosa e colorata, con tanto di porta e finestre. La casa di questi turchi ben rappresenta la loro essenza: tre generazioni a confronto, che sembrano in apparenza tutte d’un pezzo, sicure nel loro microcosmo, ma che celano in realtà una perdita: di radici, di origini, di una parte della loro identità che non sono riusciti ad acquisire appieno, turca o tedesca che sia.

Le seconde generazioni hanno trovato voce. Ma di chi è l’occhio che le inquadra, le racconta? A che punto stiamo con l’integrazione lo si vede da qui: li raccontiamo “noi”, ma quando potranno raccontarsi “loro”? L’altro è diverso, portatore di altri valori culturali. Ciò che “noi” facciamo, parlando di “loro”, è ingabbiare in schemi predefiniti e rassicuranti la complessità delle persone (che però sono tante, con tante idee e culture diverse, date dalla somma delle loro esperienze individuali). Anche qui, le registe, pur essendo turche-tedesche, immigrate di seconda generazione, restituiscono al pubblico una prospettiva rassicurante e un po’ comica, quasi farsesca, dei protagonisti e sembrano piuttosto voler creare una categoria, quella di “turco immigrato”, non raccontare UNA storia, di QUELLA famiglia. Astute comunicatrici, hanno capito come seguire il mainstream degli anni zero: assecondare i gusti del pubblico, facendo fare agli ‘”altri” ciò che noi ci aspettiamo da loro. “Far ballare gli africani”, per dirla con una metafora.

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