A due anni dall’album d’esordio “Lungs”, arriva l’ultima fatica di Florence Welch

Elettra Antognetti
16 dicembre 2011

Only if for a night
Shake it out
What the water gave me
Never let me go
Breaking down
Lover to lover
No light, no light
Seven devils
Heartlines
Spectrum
All this and heaven too

Leave my body

Tutto ebbe inizio per caso, durante un ozioso ed uggioso pomeriggio novembrino. Mentre mi aggiravo pensosa all’interno di uno di quei moderni grandi magazzini dell’elettronica, dell’editoria e della discografia, mi sono imbattuta in “Ceremonials”, seconda fatica discografica dei Florence & the Machine. E fu amore.

Dopo due anni dall’uscita dell’album d’esordio di Florence Welch & Co., ecco finalmente il secondo, atteso, lavoro della venticinquenne (talentuosisssssima) cantante inglese. Definito dalla critica come “more baroque-pop” del già fortunato predecessore, “Ceremonials” conferma la bravura inconfondibile della Welch e si mantiene su sonorità indie-rock e soul (tutte etichette che potranno suonare un po’ bizzarre per molti degli ascoltatori occasionali di questo genere di musica e che potranno risultare limitative per gli amanti del gruppo). Non sono passati inosservati nemmeno gli influssi alternative di Kate Bush. Visto il successone di “Lungs” (più di centomila copie vendute in meno di un mese, per ben ventotto settimane consecutive nelle classifiche del Regno Unito), pur essendo stata a lungo corteggiata da svariati produttori States che le promettevano il salto di qualità e la fatidica svolta stilistica, Florence ha rifiutato di trasferirsi negli Stati Uniti e ha preferito restare in Inghilterra, dove ha collaborato con l’amico e produttore di fiducia Paul Epworth (collaboratore, tra gli altri, anche del nuovo disco di Adele, “21” ) e registrato negli studi di Abbey Road.

Sicuramente più maturo del precedente, “Ceremonials” ricerca atmosfere più dark e sonorità più potenti, incrementando la componente rock e l’uso di batteria e bassi. Non mancano, tuttavia, sound tipicamente indie, influenze pop e cori eseguiti con la solita maestria cui Florence ci ha abituati. Commistione di vecchio e nuovo, dunque, per un prodotto discografico sicuramente molto ben riuscito, ma anche non troppo “pretenzioso” nel voler rompere con il predecessore. E come si potrebbe voler rompere con un primo disco del genere, d’altra parte? Florence la Rossa glissa intelligentemente lo stallo usuale da “sindrome del secondo disco”, con un rinnovamento nella tradizione come solo i grandi sanno fare.

Delle 12 tracce che compongono l’album, da segnalare sono sicuramente “Only if for a night”, composta da arpe e piano, con tamburi nel ritornello; “Shale it Out”, con tanto di video alla “Eyes Wide Shut”; “What the Water Gave Me”, primo singolo promozionale in circolazione; “Never let me go”, che riprende anche il titolo di film+romanzo (di Kazuo Ishiguro) del 2010, creando un richiamo che sicuramente non fa che portare fortuna al pezzo; “Lover to Lover”, so typically Florence per l’inconfondibile brio e le atomosfere un po’ hippy che evoca; “No Light No Light”, secondo singolo estratto dall’album.

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