Considerazioni sulla “Lingua Nostrae Aetatis”

Elettra Antognetti
21 dicembre 2011


Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Giulio Einaudi editore, Torino, 2010

Gustavo Zagrebelsky, noto giurista della Corte Costituzionale di Torino e professore di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Torino, avvia in questo libricino (meno di 60 pagine) una riflessione sulla lingua del tempo presente (LNAe, ovvero Lingua Nostrae Aetatis). A dispetto di quanto si potrebbe intuire dal titolo -un po’ filosofico, un po’ retrò-, non si tratta di una riflessione filologica sull’evoluzione dell’italiano corrente: Zagrebelsky propone una riflessione sulle insidie derivanti dall’uso della lingua e mette in guardia contro il rischio di cadere negli stereotipi e nelle insidie.

A metà tra il pamphlet (per la brevità) e la requisitoria (per la forza espressiva), il saggio è articolo in undici brevi capitoletti –un vero e proprio “endecalogo”- ciascuno dei quali prende in esame un’espressione ricorrente del linguaggio politico degli ultimi sedici anni e mostra come essa, usata e riusata dai mass-media, venga acquisita acriticamente dalla maggior parte delle persone. La retorica berlusconiana (riferimento che, tranne una volta sola, non viene mai apertamente esplicitato) della Seconda Repubblica, assimilata nel corso degli anni senza senso critico, viene smascherata dal giurista come vuota e distorta dall’uso massiccio di tv, giornali, internet.

Alcune delle espressioni prese in esame dall’autore sono “scendere in politica”, “Prima Repubblica”, “le tasche degli italiani”, termini ormai entrati a far parte della nostra LNAe. Fermandosi a riflettere, tuttavia, si nota come l’uso della lingua non sia totalmente casuale e indifferente: perché diciamo proprio “scendere” in politica, e non salire? Così, infatti, dovrebbe essere secondo l’ottica weberiana: una salita dal basso, da un percorso adeguato di formazione. L’idea di discesa trasforma il politico in benefattore che, con un linguaggio quasi liturgico, “descendit de coelis propter nos”, in un salvatore che da soccorso ad un popolo intero. Così pure l’idea ormai assodata di “contratto” viene smascherata: il contratto avvalora il riconoscimento del salvatore da parte dei salvati. Nella stessa ottica, anche l’idea di “amore” è fuorviante: c’è, da un lato, chi ama l’Italia; dall’altro ci sono l’Italia e gli italiani che, non rispondendo con gioia a quest’atto d’amore del benefattore, aderiscono per forza di cose alla logica dell’odio. Così l’amore finisce per dividere, così come anche i termini –apparentemente positivi, o neutri- “dono” e “italiani”: il primo, lungi dall’essere gratuito come dovrebbe, instaura un rapporto servile tra chi concede perché ha in abbondanza e chi accetta perché non ha nulla. Il dono è violenza, ostentazione, dominio del forte sul debole che, accettando l’offerta, acquisisce la condizione di “mantenuto”. Anche la parola “italiani” divide: l’ossimorico “partito degli italiani” crea una linea di confine tra chi aderisce all’ideologia di quel partito e del suo leader e gli anti-italiani che non vi si riconoscono.

Con un logica stringente, continuando nell’analisi di altre parole della LNAe, Zagrebelsky porta a termine la sua requisitoria contro il degrado del lessico corrente: aggressioni verbali, dileggio, volgarità, semplificazione dei problemi fino alla loro banalizzazione sono i mali che affliggono la società della LNAe. L’auspicio da parte dell’autore è quello di recuperare una coscienza critica e un linguaggio consapevole ed accurato, per ritrovare con essi anche l’orgoglio di comunicare in modo appropriato, senza svilire e ridicolizzare le questioni del vivere civile.

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