Hugo Cabret: Martin Scorsese celebra il cinema di George Méliès

Elettra Antognetti
14 febbraio 2012

Hugo Cabret

avventura

durata 125 min.

USA 2011

01 Distribution

di Martin Scorsese

con Ben KingsleySacha Baron CohenAsa ButterfieldChloe MoretzRay Winstone

Nelle sale italiane da venerdì, 3 febbraio 2012, l’ultimo attesissimo film di Martin Scorsese, Hugo Cabret.

Cast stellare (dal bravissimo Ben Kingsley, già al fianco di Scorsese in Shutter Island, all’attore di BoratSacha Baron Cohen, al giovane talento de Il bambino con il pigiama a righe, Asa Butterfield, qui nei panni di Hugo) per il primo film in 3D di Martin Scorsese.

Parigi, anni ’20. Hugo Cabret è un piccolo orfano come tanti, che vive dietro i meccanismi dell’orologio della stazione ferroviaria di Montparnasse e si occupa di caricare regolarmente tutti gli orologi della “gare” parigina. Del padre orologiaio, morto in un incendio, non gli resta che un automa non funzionante, ritrovato tempo addietro in un museo. Per sentirsi meno solo e per rievocare la memoria del genitore defunto, Hugo dedica la sua esistenza alla riparazione dell’automa e alla risoluzione del mistero che cela. In compagnia della piccola Isabelle, Hugo riuscirà a scoprire il segreto celato dall’automa e a riportare a galla vicende del passato, che coinvolgono anche la famiglia di Isabelle, il suo padrino, il cineasta George Méliès, autore del famigerato Le Voyage dans la Lune, e la sua madrina, nonché attrice e musa del regista, Jean D’Alcy.

Si tratta di un vero e proprio omaggio di Scorsese al cinema anni ’20 firmato George Méliès, al suo genio e al suo talento innovativo e pionieristico nell’animazione nello storytelling. L’amore per la settima arte traspare da ogni singolo fotogramma (oddio, con l’avvento del 3D e del digitale è ormai obsoleto e vintage anche parlare di fotogrammi!): uno dei tanti film-tributo affetti da cinefilia, stile Bernardo Bertolucci di The Dreamers? Non proprio. Se l’occhio del cinefilo è sempre ben riconoscibile, tuttavia la storia è inaspettata, nuova, avvincente, contro ogni aspettativa. Entrata in sala con il pregiudizio di stare per assistere all’ennesima “americanata”, alla fine delle due ore mi sono resa conto di essere stata trasportata nella magia della Paris d’antan, tra le folle di persone in corsa attraverso la stazione e la magia suggestiva di una città che non dorme mai. Filo rosso di tutto il film: la metafisica del tempo, di cui l’orologio è simbolo, e che richiama la riflessione filosofica bergsoniana, teorizzata proprio in quegli anni.

Curiosità: scenografia tutta italiana, a cura del pluripremiato Dante Ferretti e  Francesca Lo Schiavo. Costumi come sempre di Sandy Powell.

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