Orso d’oro a Berlino per i fratelli Taviani

Elettra Antognetti
18 febbraio 2012

Erano 21 anni che l’Italia non veniva premiata a Berlino nell’ambito del prestigioso “Filmfest”, la Berlinale, ma quest’anno i fratelli Taviani sono riusciti ad interrompere questa triste consuetudine e ad accaparrarsi l’ambito riconoscimento. Accolto da standing ovation sia da parte del pubblico che della critica, il film, unica opera italiana in concorso, faceva già ben sperare: la pellicola è la trasposizione all’interno dello speciale teatro del carcere romano di Rebibbia del Giulio Cesare di Shakespeare. I Taviani, tra l’altro già vincitori (due volte) a Cannes, dove si erano aggiudicati la Palma d’oro nel 1977 per Padre Padrone, e al Grand Prix nel 1982 per La notte di San Lorenzo, proseguono la fortunata tradizione e continuano ad aggiudicarsi premi su premi: Cesare non deve morire, girato in sei mesi interamente all’interno del braccio di sicurezza del carcere romano, è una pellicola che fa parlare di sé e colpisce pubblico e critica, scalzando altri candidati più pubblicizzati e più quotati nei classici, azzardati pronostici da toto-vincitore.

Il commento dei registi: “Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi. Sono i detenuti di Rebibbia guidati dal regista Fabio Cavalli che li ha portati al teatro. Questi detenuti-attori hanno dato se stessi per realizzare questo film. […] Spero che qualcuno tornando a casa dopo aver visto Cesare deve morire pensi che anche un detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, è e resta e un uomo. E questo grazie alle parole sublimi di Shakespeare” , dichiara poco dopo la premiazione Vittorio Taviani. Così, anche il fratello Paolo rivolge subito un pensiero ai detenuti e ne ricorda alcuni nomi, “mentre noi siamo qui sotto le luci dei riflettori e loro sono chiusi nelle loro celle”.

Il commento dei Taviani si rivolge anche al Festival che li ha resi vincitori. Naturale l’apprezzamento per una manifestazione importante come la Berlinale: “Ci fa piacere vincere un premio in un festival come questo che non ha un indirizzo generico ma che al contrario ha un carattere molto specifico: cerca forze nuove e cerca forze che si appassionano a tematiche sociali“.

L’orgoglio, quindi, è tutto nostrano in questa 62esima edizione del Festival del Cinema dei Berlino. Tanto più se a vincere è un film come questo, che coniuga il teatro di Shakespeare alle carceri Rebibbia. Perché l’arte sa educare, rieducare, dare un’altra possibilità a chi le avevo perse ormai tutte.

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