Arriva “Zagreb”, il romanzo di Arturo Robertazzi

Elettra Antognetti
24 aprile 2012

Arturo Robertazzi, “Zagreb”

ed. Aìsara

pagg. 128

prezzo: 14,00 euro (disponibile anche in e-book, “eZagreb”)

Chi vive all’estero lo sa, ogni volta è un po’ diverso: ci sono quelle volte che proprio non vuoi tornare […] magari perché di sentire l’italiano ovunque attorno a te proprio non ti va; ci sono quelle volte che viaggi con poca voglia, poi arrivi, e ti accorgi di essere contento di aver messo piede in Italia; e ci sono quelle volte, un po’ più rare, per la verità, in cui non vedi l’ora di arrivare. Sarà il sole, la cucina, l’italianeità, la famigghia, insomma, questa volta ho proprio voglia di scendere. In effetti, un po’ emigrante mi sento. E in fondo, un po’ lo sono”.

Sono queste le prime righe del blog di Arturo Robertazzi, “Destinazione Cuore Stomaco e Cervello”. Nato a Napoli nel 1977, salernitano, chimico teorico alla Freie Universität di Berlino, musicista in un gruppo elettro-rock, esperto di nuove frontiere del giornalismo. Non ancora impressionati? Arturo (@ArtNite, per il popolo di Twitter, che lo conosce e lo segue) è diventato di recente anche autore di un romanzo, Zagreb, pubblicato da Aìsara, che ha già riscosso un buon successo. L’autore, dal discreto fascino underground, ha presentato il suo libro questo pomeriggio (24 aprile 2012 alle ore 18) alla libreria BooksIn di Vico del Fieno, a Genova.

Si tratta di un romanzo ambientato nella ex-Jugoslavia, nel periodo delle Guerre Balcaniche. E tuttavia, serbi, croati, bosniaci, musulmani, i popoli coinvolti nello scontro, non compaiono in senso stretto nel romanzo di @ArtNite, il quale racconta non tanto la guerra fatta al fronte, quanto piuttosto lo strazio di una quotidianità devastata e insopportabile. Niente sarà più come prima, capiscono i protagonisti del libro, i quali prendono improvvisamente consapevolezza dello strappo che una guerra di questa portata si trascina dietro: la dicotomia noi-loro (e gli annessi vincitori-vinti, ragione-torto) si impone, e anche gli “amici” diventano “nemici”, in quel grande vuoto di senso che la guerra sempre si porta dietro.

Tanti i temi affrontati dall’autore, dall’impiego in guerra di più di 3 mila bambini soldato, all’incertezza per il futuro di questi popoli nostri “dirimpettai” che sognano di immigrare in Italia, la terra promessa a sole 10 ore di nave. Non solo guerra, dunque: Arturo, italiano di nascita, berlinese d’adozione, cosmopolita di professione, racconta anche una storia di migranti che, come lui, hanno cercato e cercano tuttora fortuna altrove, in un’Italia che non li sa e non li vuole talvolta accogliere e che tende piuttosto ad appiattirli sullo stereotipo di un “loro” svuotato di senso e privato di una storia, quella di un popolo intero. Ci invita, insomma, a riflettere sul presente, su come certe dinamiche di pregiudizio e ritrosia continuino a proporsi costantemente: “anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti”, praticamente.

La scelta dell’ambientazione fa riflettere: si tratta di un progetto intavolato ormai dieci anni fa, racconta l’autore, rivelando il suo interesse per un periodo storico molto intenso, che va dalla caduta del muro di Berlino e del Comunismo, alla guerra del Kosovo. Non poteva non parlarne, dice Arturo, che racconta le sue storie in bilico tra un bianco e nero piatto e indistinto e un rosso intenso, colore onirico che da voce ai sogni tormentati dei protagonisti. Romanzo sinestetico, è stato definito. E, direi, a ragione.

Un “bravo”, dunque, al poliedrico Robertazzi. L’inizio di un grande e meritato successo di un giovane che si distingue all’estero ed è apprezzato a casa propria. L’ennesimo cervello in fuga,  che però in questo caso torna a condividere con noi le sue scoperte e i suoi successi.

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