La cerimonia dedicata agli Oscar 2015 si apre a Los Angeles nella notte di domenica 22 febbraio

Michele Canalini
23 febbraio 2015

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E’ immaginabile che in queste ultime ore ci sia molto fermento al Kodak Theatre di Los Angeles per ultimare i preparativi in vista della cerimonia degli Oscar di questa domenica. Sono diversi d’altronde i film che, anche nelle sale italiane in questi giorni, si presenteranno alla notte degli oscar con un alto numero di credenziali per ottenere la fetta più grossa di riconoscimenti.

Cominciamo dai primi due che sono legati al fil rouge dell’indagine matematica e della ricostruzione biografica: The imitation game, di Morten Tyldum, e La teoria del tutto, di James Marsh, rispettivamente incentrati sulle vicende esistenziali di due scienziati e fisici quali Alan Turing e Stephen Hawking. Il tema scientifico risulta dunque dominante, quasi a voler rimarcare una riscoperta dell’interesse per la matematica grazie alla testimonianza di due voci illustri che ne hanno esaltato le logiche, le possibilità di ricerca e lo statuto epistemologico. La vicenda di Turing è tanto più singolare, in quanto intrecciata con la storia della Seconda guerra mondiale: a poco più di trent’anni il ricercatore inglese, specializzato più che altro nelle discipline della probabilistica e della crittografia, venne assoldato dal Servizio segreto di sua Maestà con il compito preciso di decrittare il codice Enigma con il quale i nazisti impartivano, via radio, istruzioni e strategie di guerra ai vari mezzi dispiegati sul fronte e sui mari europei: riuscire a decifrarlo sarebbe stato senza dubbio primario per l’esito della guerra o quantomeno per anticiparne l’epilogo positivo da parte alleata. E Turing, come mostra abilmente il film in questione, ci riuscì con un lavoro sistematico e paziente. E se i risultati furono d’aiuto agli Inglesi nella lotta serrata a Hitler, quegli stessi risultati aprirono ulteriormente il campo alle idee di Turing sul concetto di computabilità, amplificandone anche il successivo raggio d’azione all’interno della sua ricerca.

L’attore inglese Benedict Cumberbatch è Alan Turing nella pellicola: un volto già noto a tanti amanti del cinema (con look diverso e una capigliatura bianco-argentata di indubbio impatto lo stesso Cumberbatch era stato lo sfrontato, per quanto geniale, Julian Assange ne Il quinto potere, di Bill Condon, per citarne uno) e del piccolo schermo (negli ultimi anni nei panni del Sherlock doyliano curato dalla Bbc a partire dal 2010). The imitation game è un film sostenuto da una buona regia e da un ritmo che rende sempre lo spettatore partecipe della vicenda, pur nella specificità dell’ambito di ricerca in questione. Discorso simile si può fare per lo Stephen Hawking interpretato da Eddie Redmayne, che trascina lo spettatore dentro la vicenda umana e nel cuore della malattia del fisico inglese, dai suoi studi a Cambridge sino agli ultimi anni a noi contemporanei, dettati dalla notorietà ma anche dalla separazione dalla moglie e da un’attività sempre più crescente, a dispetto della sua immobilità fisica e personale. Anche qui il ritmo del film, pur se a parti alterne, è abbastanza vivace e la ricostruzione delle vicenda è lineare, senza cedere troppo facilmente a retoriche di ricostruzioni romanzate, assai frequentemente ben più cinematografiche che veritiere.

Nel complesso, quindi, si tratta comunque di due ottime pellicole ma gli avversari per l’Oscar sono decisamente insidiosi e ben agguerriti. Anche perché le loro pellicole vertono su tematiche prospetticamente differenti.

Per primo spicca American Sniper, di Clint Eastwood, che dalla sua può portare i numeri elevatissimi degli incassi al botteghino dell’anno appena passato. “La pellicola, diretta da Clint Eastwood e prodotta dalla Warner Bros, in una sola settimana – dal debutto natalizio a fine anno – ha incassato 284,7 milioni di dollari negli Stati Uniti, tanto quanto la somma di tutti gli altri sette film nominati per l’Oscar”, ha scritto Maria Teresa Cometto su CorrierEconomia del 16 febbraio 2015. E poi il tema affrontato è di quelli che toccano direttamente le corde della sensibilità statunitense, con la questione della vendita delle armi mai risolta e destinata a restare una delle piaghe (ma anche delle principali forme di sostentamento del Pil interno) della democrazia americana. Per non aggiungere che il film è opera di Eastwood, un nume della cinematografia hollywoodiana, e che l’interpretazione dell’ormai celebre cecchino inviato in Iraq è esaltata da un Bradley Cooper davvero magistrale. Insomma, i requisiti per rispettare i pronostici sembrano esserci tutti (da miglior film a miglior attore, per proseguire lungo tutte le altre nomination).

A seguire ritroviamo l’opera manierista di Gran Budapest Hotel, di Wes Anderson (sublime per le sue ricostruzioni immaginifiche di un mondo degli anni Trenta del XIX secolo destinato a sparire nel momento del suo massimo fulgore artistico ed esibizionistico di un grande albergo di lusso) ma che lascia l’incognita di risultare forse troppo affettato per i palati degli Accademici di Hollywood; e poi forse l’altro vero grande avversario di Eastwood, ovvero quel crepuscolare Birdman con la sua stralunata ma geniale allegoria di un mondo teatrale volto al disfacimento, meglio ancora all’implosione, grazie alla ciclotimica interpretazione di Michael Keaton. Dietro la macchina da presa abbiamo uno dei registi più innovatori e ingegnosi del panorama internazionale, quel Alejandro González Iñárritu già ricordato dai più per i suoi acuti quanto spiazzanti 21 grammi e Babel; e il mondo che viene messo in scena con Birdman è quello di “un’altra Broadway” dell’anima di un attore, alla ricerca di un’identità artistica che lo liberi dal fantasma di quel supereroe pennuto che lo ha reso invece ricco e famoso, grazie all’inarrestabile successo commerciale: efficace quanto significativa metafora dell’andamento delle principali produzioni delle major americane, destinate a segnare il mercato planetario degli incassi ma a lasciare un contributo più che scadente al decalogo della “settima arte”. E poi il film dell’acuto regista messicano è prodotto dalla 20th Century Fox Corporation, l’altro grande rivale della Time Warner, ovvero il massimo della cinematografia americana (e planetaria); difficile pensare che la casa di produzione di Rupert Murdoch non possa dar filo da torcere al cecchino americano di Eastwood o che resti senza riconoscimenti al gran ballo degli Oscar: più probabile, una spartizione tra i “duellanti”, per citare il grande Ridley Scott, in questa tornata solo probabile attento spettatore.

Infine, abbiamo una pellicola particolare ma di indubbio valore sia artistico che iconografico, ovvero quel Boyhood sceneggiato e diretto (e coprodotto) da Richard Linklater. “Nel maggio 2001 il regista e sceneggiatore R. Linklater annuncia che nell’estate inizierà a girare un film, con il titolo provvisorio The Twelwe Year Project. Ogni anno, per dodici anni, Linklater ha radunato la stessa troupe e lo stesso cast per girare alcune scene, al fine di seguire la crescita dei personaggi a pari passo con quella degli attori. Le riprese sono iniziate nell’estate 2002 fino a ottobre 2013” (Wikipedia, Boyhood. È propria questa la singolarità di tale opera, che si presenta come un ottimo lavoro cinematografico, da tutti i punti di vista. Non a caso Linklater ha già ottenuto molti elogi e altrettanti riconoscimenti, dalla Berlinale del 2014 ai recentissimi e numerosi Golden Globe 2015. È proprio l’intuizione geniale e in parte anche sorprendente alla base di questo film che può rivelarsi come un’arma in più, capace di sbaragliare la concorrenza e di mettere allo corde un regista affermato (e venerato) come Eastwood o spregiudicato e sperimentale come Iñárritu e di sfiancare gli altri concorrenti. “Per la sua casa produttrice Ifc la candidatura di Boyhood all’Oscar è un fiore all’occhiello, ma ha portato ben pochi affari, solo 7,5 milioni di dollari al botteghino in America. Se sarà premiato come miglior film, passerà alla storia anche come uno dei meno gettonati dal pubblico”, ricorda ancora la Cometto. Che sia davvero possibile? Davide contro Golia? Non lo possiamo sapere, ma senz’altro… last but non least. Insomma, chi vivrà vedrà. E noi lo vedremo sicuramente, questa domenica, volgendo lo sguardo verso Los Angeles.

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