La visione del futuro in XXI Secolo, il romanzo di Paolo Zardi, finalista al Premio Strega di quest’anno

Michele Canalini
9 luglio 2015

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Il XXI Secolo (Neo Edizioni, 2015) di Paolo Zardi è uno squarcio nella modernità, una lettura escatologica del nostro futuro più vicino. E questa lettura è realizzata con la mano ieratica di un aruspice alle prese con le viscere maleodoranti di una società, quella occidentale, non più in grado di autopreservarsi ma ormai immersa, fatalmente, nel putrido della propria decomposizione. Un uomo, un uomo normale, s’è creato una famiglia, nonostante lo sfacelo e la corruzione che circonda lui e i suoi simili, verrebbe da dire gli altri “normali”. Di quest’uomo (intenzionalmente lasciato anonimo) viene raccontata in terza persona la vita con la moglie, due figli, e poi vicino a lui ci sono anche la madre, ancora viva, e una sorella affettuosa: sembrano esserci tutti i requisiti per una scelta di vita serena e, se possibile, felice.

Ma l’incipit del romanzo subito smentisce questo quadro: “Sua moglie era entrata in coma nel tardo pomeriggio di un giovedì di marzo, mentre lui era fuori e i figli stavano tornando da scuola.” Inizia così un lungo percorso di sofferenza e di agonia, che si acuisce, in un secondo momento, con la scoperta da parte del protagonista del tradimento della donna (ora inerme su un letto d’ospedale con appendici di flebo e sacche urinarie), grazie a foto di stampo erotico e impudentemente pornografico trovate sulla scheda di un telefono che la moglie teneva nascosto in casa.

E qui comincia una storia nella storia, quasi da combinatoria narrativa, quasi da ricerca personale della verità, a dispetto di un mondo sempre più spinto nel precipizio, indifferente a tutto, persino alla propria distruzione.

Paolo Zardi tratteggia con mano ferma un quadro geopolitico dove l’Europa ha lasciato lo spazio a paesi emergenti come Brasile, India e Uruguay, Paraguay e Canada, con scenari planetari modificati ma con un’unica costante: un declino del genere umano tanto globalizzato quanto inarrestabile. E si tratta di un degrado non solo fisico e materiale, ma principalmente morale, in una prospettiva di guerra di tutti contro tutti, alla vana ricerca della propria sopravvivenza.

Tra i diversi, significativo è l’incontro del nostro protagonista con una donna, Elena, amica in passato della moglie, residente all’interno di un palazzo fatiscente, prospiciente un’enorme voragine di rifiuti fumanti ed esalanti vapori venefici: “E ora eccola lì, in un appartamento disfatto, affacciata sul buco del culo dell’Occidente, in compagnia di gabbiani impazziti e di carcasse di elefanti. […] Lui si alzò e andò alla finestra. Quella voragine era la storia del mondo. Se fosse caduto un fulmine, là dentro, in quella melma primordiale, c’era il rischio che nascesse di nuovo la vita. Ma avrebbe avuto una ferocia che quella di adesso, in tre miliardi di anni, non aveva mai conosciuto.” Ecco la periferia del mondo, il suburbio della civiltà, il margine ultimo dell’umanità.

XXI Secolo richiama, poi, alla memoria certa narrativa distopica o il filone fanta-apocalittico americano degli anni Cinquanta e Sessanta: basti pensare al rinomato Io sono leggenda di Richard Matheson (con l’hollywoodiana versione cinematografica, resa celebre dal volto di Will Smith) oppure a uno scrittore come Philip K. Dick, solo per ricordare i maggiori. Sempre prospettive su un’apocalisse moderna di un mondo sfinito, consumato dalle proprie voracità e ormai accasciato sulle proprie piaghe insanabili. Eppure, tra questi miserabili o gli antieroi del XXI secolo di Zardi, si annida ancora una forma di speranza, una luce non più in grado di rigenerare il pianeta ma utile per la sopravvivenza umana, almeno di qualche comunità. Quegli indomabili che, nel corso della storia e della letteratura, nonostante tutto, non si sono mai arresi. Sta però al lettore scoprire come e in quale modo. E ne vale la pena comunque, anche se Paolo Zardi non è entrato nella cinquina dello Strega. Ma questa, alla fine non conta. E, poi, è un’altra storia.

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