“La piccola eguaglianza” di Michele Ainis: saggio finalista al Premio Estense 2015

Michele Canalini
30 ottobre 2015

imageLa piccola eguaglianza” di Michele Ainis è tale perché, proprio a partire dalle piccole cose, noi dobbiamo considerare il principio di uguaglianza come un diritto estendibile a tutti e, in ragione di ciò, convertibile de facto e tout court in una “grande uguaglianza”, se non in una “universale uguaglianza”. Nel far questo, Ainis si concentra su una piccola ma significativa serie di casi e sentenze giudiziarie della cronaca italiana, evidenziando come sia stato più facile invece, nel momento della cieca e mera applicazione di leggi e normative, generare una notevole messe di disuguaglianze tra cittadini e persone comuni, mettendo in atto gli stessi criteri e gli stessi metri (quindi uguali criteri e uguali metri) a persone che per condizione economica e appartenenza sociale non erano per nulla uguali: così, ad esempio, per quel che riguarda la legge sulle droghe leggere (equiparate a quelle pesanti sia nello spaccio che nel consumo!) mentre fumo e alcol sono immessi sul mercato (libero!) come monopolio di Stato. Ecco quella che Ainis definisce una “schizofrenia di Stato”, poco efficace in concreto sia nella lotta alla criminalità (e ai suoi proventi del commercio delle droghe) sia nella tutela della salute collettiva: “Dopotutto, anche la pastasciutta a lungo andare provoca il colesterolo; mentre la pigrizia uccide quanto e più del fumo. Dovremmo sbattere in prigione tutti i golosi, tutti gli obesi?”

Torniamo al nostro punto di partenza. Criteri uguali per soggetti non uguali non determinano uguaglianza ma amplificano le disparità. Quale soluzione trovare, dunque?
Ainis propone la sua tesi di un’uguaglianza molecolare. Cosa significa? Significa molecolarizzare i termini della questione differenziando con intelligenza e buon senso i destinatari dell’azione giuridica. E i destinatari primi di questa proposta sono quelle molecole della società che spesso sono tenute in una posizione di sfavore o di margine, per calcolo politico o per pura convenienza: le minoranze svantaggiate, i gruppi deboli, i reietti, coloro che sono discriminati per credo religioso, orientamento sessuale o, più semplicemente, per luogo di nascita. “Bisogna contentarsi, quindi di una «disuguaglianza ben temperata», secondo la formula di John Rawls. O di una eguaglianza relativa, se vogliamo rovesciare la formula in questione senza modificarne il risultato. Tale obiettivo […] si traduce in una prospettiva d’eguaglianza «molecolare»: fra categorie, fra gruppi, fra blocchi sociali. Non fra gli individui, non per la generalità degli esseri umani.”

Quindi la scienza del diritto (ma anche il nostro modo comune di pensare) deve presupporre la presenza di una somiglianza (intesa come diversità minima) tra soggetti nell’applicazione dell’uguaglianza, e non tanto l’identità dei destinatari. Certo, è vero: “La legge è uguale per tutti”, ma non sempre lo possiamo dire per le categorie disagiate, per gli omosessuali, per i forestieri, per chi è nato a Nord o a Sud (dell’Italia, del mondo…), per le donne. Per queste ultime, ad esempio, piuttosto che applicare il comune senso di giustizia, bisognerebbe invece differenziare, ma nel senso positivo che è quello di favorirle maggiormente per un efficace inserimento nei ruoli pubblici e per una reale parificazione con il mondo maschile. Sono le cosiddette reverse discriminations (“discriminazioni alla rovescia”) in grado di colmare quelle lacune e di appianare quelle differenze sostanziali che esistono concretamente tra individui. “Se ne accorse Lyndon Johnson, 36° presidente degli Stati Uniti, che in un discorso del 1965 coniò questa metafora: «Supponiamo che un uomo abbia trascorso molti anni in catene. Viene liberato e condotto ai nastri di partenza d’una corsa. Gli si dice: ora sei libero di partecipare insieme agli altri. Sarebbe forse questo un trattamento equo?»”.

Ecco che si avrà allora solo effettiva uguaglianza quando, come ricordava Piero Calamandrei citato da Ainis nella sua espressione di “rivoluzione promessa”, si applicherà ai soggetti in questione il principio di uguaglianza sostanziale. Corredato, però, aggiunge Ainis, del principio di ragionevolezza. Certo – è la sua possibile obiezione – se con la giusta ragione di incentivare le “quote rosa”, ci trovassimo poi con il risultato di avere un parlamento (o una qualsiasi altra istituzione pubblica) composto solo da donne, avremmo rimediato a una ingiustizia con un’altra ingiustizia, e ci ritroveremmo punto e a capo. Perché la questione di fondo, per l’appunto, consiste nel considerare l’uguaglianza come una categoria delle politica, non tanto un caposaldo del diritto. Può sembrare strano, ma nella realtà dei fatti è proprio così. Anzi, incalza Ainis, dobbiamo stare attenti a non oltrepassare quel limite che trasforma il diritto in un privilegio (vedi il saggio del 2012, Privilegium, dello stesso autore): “Ma che cos’è un privilegio? Alla lettera significa privata lex, legge rivolta a categorie o a soggetti ben determinati, anziché alla generalità dei cittadini. Ogni privilegio reca quindi in sé una discriminazione, una norma singolare, una deroga alla regola.” Anche se poi, precisa Ainis, non tutti i privilegi arrecano danno o ingiustizie, anzi, alcuni di essi sono nati appunto per sanare quegli squilibri che le storture del diritto hanno partorito, sia pure involontariamente: “Talvolta la norma di vantaggio serve a compensare uno svantaggio, qualche altra volta tende a stabilire un’eguaglianza fra gli eguali, anziché fra i diseguali”. Sono proprio quelli che laconicamente Ainis chiama “i dubbi del diritto”.

In conclusione, il bel saggio “La piccola eguaglianza” mette in luce tanti casi come quelli appena citati, per dar forza alla tesi dell’autore, attraverso argomentazioni ragionate e lucide e tramite una prosa pulita, chiara e semplice per tutti i tipi di lettore. Questa monografia ricorda tanto poi, nella sua scrittura, l’eloquio giornalistico dello stesso Ainis, specialmente quello dalle pagine e dagli editoriali del Corriere della Sera», quando la penna del costituzionalista riesce abilmente a districare la complessa materia giuridica per illustrarla all’uomo di ogni giorno, in cerca di chiarificazione. Quello stesso Ainis che, in questi ultimi giorni, sempre dal Corriere, ha cercato di spiegare le astrusità e le difficili traiettorie che hanno portato alla modifica del Senato, traiettorie il più delle volte difficilmente percorribili dal lettore comune.

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