Federico Condello al Festival della Mente di Sarzana: una lezione su scuola e giustizia

Michele Canalini
7 settembre 2018

Sabato 1° settembre, alle ore 10 a Sarzana, c’è stata la lezione del professor Federico Condello all’interno della rassegna del Festival della Mente, giunto quest’anno alla sua quindicesima edizione. Forse a qualcuno, all’infuori dell’ambiente accademico, il nome di Condello può risultare come non nuovo.

Infatti, il docente dell’ateneo bolognese (ordinario di Filologia classica) è autore di un recente saggio, ovvero quel “La scuola giusta. In difesa del liceo classico” (Mondadori) che ha registrato diversi lettori al suo attivo e favorevoli giudizi della critica. Nell’incontro sarzanese, Condello è tornato ancora una volta sul tema della scuola, a lui caro al di là della sua declinazione professionale e universitaria di stampo classicistico.
La sua lezione ha affrontato, in particolare, il nodo della legislazione scolastica italiana, a partire dalla Legge Casati del 1859 e soffermandosi poi sugli altri punti cruciali dell’iter normativo dell’istruzione nazionale: la riforma Gentile, quella della scuola media del 1962 e i recenti provvedimenti legati ai nomi degli ex ministri Berlinguer, Moratti e Gelmini.
Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole: ma, in realtà, Condello ha mostrato come nella scuola italiana sia rimasto sempre sottinteso, pur nelle diverse intenzioni riformatrici di volta in volta, un più o meno cosciente “intento di canalizzazione” di indubbia matrice classista: nella sostanza, cioè, tutti i riformatori non sono mai stati in grado di – o non lo hanno mai voluto – ristrutturare dalle basi quell’impostazione di natura economica, culturale e ideologica che ha consentito ai figli dell’alta borghesia di frequentare le scuole migliori (i licei) e di proseguire i propri studi all’università e ha non facilitato, se non nei fatti impedito, ai figli delle classi meno abbienti di avere le stesse opportunità (di partenza e, dunque, di arrivo).
E questo sia negli anni postunitari, sia negli anni del fascismo, sia – incredibilmente! – negli anni della contestazione; e per certi versi, in modo drammatico, ancora oggi nel terzo millennio. Possibile tutto ciò?

Dati alla mano e slide in esposizione, Condello è stato in grado di illustrare con cifre precise e soprattutto significative le tendenze di fondo della scuola pubblica nostrana: basti pensare al solo fatto che Gentile, negli intenti e nelle applicazioni della sua riforma, riuscì a ridurre del 40% la popolazione scolastica del liceo classico, evidentemente tenendo a mente una concezione dell’educazione agli opposti di quella che sarebbe stata poi la lezione di don Milani: l’istruzione, quindi, non più intesa come un mero e sacrosanto diritto, sancita a livello costituzionale, ma posta a fondamento di una stratificazione sociale che doveva conoscere il minor mutamento possibile, a suggello di una cristallizzazione dei rapporti di potere e dell’egemonia culturale votati all’assoluto immobilismo.
D’altronde – ricordava efficacemente lo stesso Condello – non si può riconoscere alla storia dell’istruzione pubblica la validità del principio enunciato dal ministro Coppino nel lontano 1867, per cui alla scuola conviene “il non mutare nè troppo nè spesso”?
Quale scuola, quale comunità, quale giustizia, dunque? non ci resta che aggiungere, come inesorabile e malinconico corollario al titolo di questa dissertazione, all’interno del festival sarzanese.

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