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Salò, o le 120 giornate di Sodoma, Pier Paolo Pasolini

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Uscito nel 1975 questo film fece grande scalpore, e in molti gridarono alla scandalo e all’oltraggio.
Siamo all’epoca della Repubblica di Salò. Quattro gerarchi fascisti – che non hanno nomi di battesimo, ma vengono chiamati col loro titolo: il Duca, il Monsignore, l’Eccellenza e il Presidente – arroccati in una villa sottopongono ragazzi e ragazze (partigiani o figli di partigiani) a torture e sevizie di ogni genere, sotto l’egida di sadiche narratrici.

Il numero quattro è ripetuto in maniera ossessiva per tutto lo svolgersi dell’azione: i quattro gerarchi, che rappresentano i quattro poteri, insieme alle 4 narratrici, le quattro Megere loro complici.

Il regolamento che vige in questa villa (della durata di 120 giorni appunto) permette ai fascisti di disporre della vita e della morte dei loro prigionieri.
Lo schema temporale è strutturato su modello dantesco, con quattro gironi infernali: Antinferno, girone delle Manie, girone della Merda, girone del Sangue.
Parte della critica ha visto nel sesso mostrato nella pellicola un significato direttamente politico: il rapporto sessuale sadico come forma di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.
Per altri invece l’accento è posto piuttosto sulla denuncia metaforica dell’attuale società dei consumi, dove il sesso diventa merce di scambio, un capitale fra tanti.

In ogni caso si tratta di un film estremo, che fin dalla sua uscita ha saputo spaccare in due l’opinione pubblica: chi inneggia al capolavoro, chi lo definisce nient’altro che un’accozzaglia di immagini raccapriccianti e prive di significato tranne la violenza fine a se stessa.

Passata attraverso innumerevoli vicende giudiziarie e denunce per oscenità, la versione disponibile del film è stata decurtata di circa 20 minuti rispetto all’originale.

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