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Rothko a Firenze, il colore che diventa spazio

Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 23 agosto 2026. Rothko a Firenze, curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, è aperta ogni giorno dalle 10 alle 20 e il giovedì fino alle 23. È una delle mostre dalla permanenza più lunga tra quelle recenti di Palazzo Strozzi e riunisce oltre settanta opere provenienti da collezioni private e da musei come MoMA e Metropolitan di New York, Tate, Centre Pompidou e National Gallery of Art di Washington.

In una Firenze che in questi giorni di agosto ha superato i 40 gradi, ho scelto proprio l’ingresso serale delle 21: una soluzione decisamente più vivibile, e in molti hanno avuto la stessa idea. Palazzo Strozzi sembra particolarmente adatto a Rothko non soltanto per le condizioni museali, ma per le proporzioni delle sale, i muri, le distanze e i punti di osservazione. Più il percorso procede, più i grandi rettangoli sembrano trovare una corrispondenza naturale nell’architettura che li contiene.

Non è un rapporto casuale: Rothko visitò Firenze nel 1950 e nel 1966, rimanendo profondamente impressionato dagli affreschi di Beato Angelico a San Marco e dal Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana di Michelangelo, con le sue finestre cieche e quella sensazione di spazio che insieme apre e trattiene.

L’allestimento di Palazzo Strozzi asseconda bene questa dimensione: soprattutto l’illuminazione tenue permette di cogliere quanto quelle che da lontano sembrano semplici campiture siano invece superfici vive, fatte di velature, strati, abrasioni, variazioni di materia e rapporti attentamente calibrati fra colore, fondo e proporzioni.

Il percorso cronologico aiuta molto a capire come Rothko sia arrivato fin lì. Si parte dall’Autoritratto e dalla figurazione degli anni Trenta, quindi dalle immagini mitologiche e biomorfe di matrice surrealista, nelle quali la forma tradizionale comincia progressivamente a dissolversi.

Arrivano poi i Multiforms, con molteplici campi irregolari, e infine No. 3 / No. 13 del 1949, che appare davvero come una soglia: da quel momento la ricerca si concentra sempre più sui pochi grandi campi cromatici sospesi che conosciamo, ma dietro quell’apparente semplicità rimane un lavoro minuzioso su dimensioni, distanze, trasparenze e tensioni interne.

Anche il colore non è decorazione: i rossi e i bruni saranno approfonditi dopo l’incontro con Paestum e Pompei, mentre i grandi progetti dei Seagram Murals e della Rothko Chapel trasformano progressivamente il quadro in qualcosa che tende a coincidere con lo spazio stesso.

Forse proprio per questo le opere che mi hanno colpito di più sono le ultime, realizzate su carta. Dopo decenni di ricerca Rothko sembra possedere ormai perfettamente un linguaggio che può usare in direzioni molto diverse: colori tenui oppure quasi bui, campi netti o velati, una luce che emerge o viene trattenuta. Sono lavori più privati e raccolti, nei quali la tecnica sembra quasi scomparire dietro l’effetto emotivo.

Poco prima c’è anche il passaggio emblematico dei Seagram Murals, concepiti per il Four Seasons Restaurant del Seagram Building e infine ritirati dallo stesso Rothko, convinto che opere di quella intensità non potessero diventare lo sfondo di una sala da pranzo. È forse la chiave migliore per tutta la mostra: per Rothko il dipinto non è qualcosa da guardare distrattamente, ma uno spazio nel quale entrare.

Sergio Chierici

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