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Voci di marmo al Castello di Lerici: vedere ciò che non si vede

Forse il primo protagonista della mostra è il Castello di Lerici stesso: la terrazza affacciata sul Golfo dei Poeti, gli ambienti in penombra, la pietra, le celle, la piccola Cappella di Santa Anastasia. È un luogo che conserva visibilmente le tracce delle diverse funzioni assunte nei secoli — fortezza, carcere, ostello, museo — e che oggi si presta in modo quasi naturale a diventare spazio espositivo. Per Voci di marmo. La materia come respiro collettivo, dedicata ai vent’anni dell’Officina d’Arte Ponte di Ferro di Carrara, il curatore Mattia Lapperier ha scelto di non riempire gli ambienti, ma di distribuire poche opere in ogni spazio, lasciando che fossero le stanze stesse, con la loro atmosfera, a entrare nel racconto.

È anche qui che emerge una qualità particolare del suo lavoro curatoriale: la capacità di far vedere ciò che a una prima occhiata non si vede, soprattutto nell’arte contemporanea, che spesso non offre chiavi di lettura immediate. Non si tratta soltanto di spiegare la storia o il significato di un’opera, ma di suggerirne collegamenti, tensioni, riferimenti simbolici e psicologici, rendendo leggibile un percorso che riunisce artisti molto differenti. I tredici autori di Ponte di Ferro non costituiscono infatti una scuola compatta per linguaggio o stile: ciò che li accomuna è piuttosto il confronto fra ricerche autonome, quasi tutte legate alla scultura ma sviluppate attraverso forme, materiali e intenzioni molto diverse.

La mostra passa così dal figurativo all’astratto, dalla memoria alla mitologia, dalla riflessione sull’identità a quella sull’ambiente. Gabriel Fariña utilizza scansione, modellazione e stampa 3D per trasformare i volti degli artisti del collettivo; Loredana Taufer affida a un branco di cani in ceramica raku una metafora dei comportamenti sociali; Dario Grasso lavora su figure bifronti e inquietanti, mentre Camilla Cusumano ricerca leggerezza e apertura. Il San Sebastiano di Pierre Auzias recupera una figura profondamente tradizionale per trasformarla in una meditazione sul corpo, mentre la Maternità di Valerio Neri, collocata nella cappella, acquista dal luogo stesso una forza quasi archetipica. Altrove compaiono ancora mito, infanzia, memoria, corpo, appartenenza, sperimentazioni fotografiche e installazioni che coinvolgono direttamente il visitatore.

Uno degli aspetti più interessanti è proprio il rapporto fra tecniche molto recenti e permanenza della figura. Accanto alla stampa 3D, a materiali ottenuti attraverso lavorazioni inconsuete, al vetro sensibilizzato ai sali d’argento o a particolari combinazioni chimiche, ricompaiono volti, persone, animali, maternità, richiami all’antico. L’innovazione non coincide quindi con l’abbandono di ogni riferimento riconoscibile. Anche per questo Voci di marmo rimane percepibile senza richiedere una particolare preparazione nell’arte contemporanea: non tutte le opere si lasciano decifrare subito, ma molte comunicano prima ancora del significato attraverso una sensazione, alternando calma e raccoglimento a tensione, inquietudine e perfino ansia.

È forse questo dialogo fra opere tanto diverse e uno spazio così fortemente caratterizzato a dare unità all’intera mostra. Il Castello non è soltanto il contenitore, ma parte del percorso: fuori, la vista luminosa sul mare; dentro, ambienti raccolti e quasi fuori dal tempo, capaci di trasportare il visitatore in una dimensione diversa. Voci di marmo. La materia come respiro collettivo resta visitabile fino a domani, 30 settembre, al Castello San Giorgio di Lerici, con apertura 10.00-13.00 e 15.00-18.00. Per chi è in zona, è quindi l’ultima occasione per vedere insieme la mostra e uno dei luoghi più suggestivi del Golfo.

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